lunedì 18 gennaio 2016

La decrescita... felice?





La recessione italiana, iniziata con l'ingresso nella moneta unica e culminata con la crisi del 2008, può essere finita (come decantato dalle sirene governative) o meno (lo sosteniamo noi gufi) ma tutti possiamo concordare che le condizioni di vita, economiche e sociali ne hanno seguito pedissequamente il passo. Troppi cittadini del Paese hanno conosciuto la povertà e l'arretratezza, la perdita del posto di lavoro, l'aumento del costo della vita e la diminuzione del potere d'acquisto. Il livello di cultura, salute e industrializzazione è sceso prendendo una china dalla quale non sembra poter risalire (almeno in tempi brevi). L'Italia, possiamo affermare con sicurezza, ha sperimentato il concetto modernissimo della decrescita. I dati parlano chiaro e sono inequivocabili. Ciò su cui si può e si deve discutere è se tale operazione sia stata legittima, concorde, consapevole e felice. Il problema è che se tale riduzione del livello di vita è cosciente voluto e preparato pesa molto meno. Se, viceversa, viene subito, non se ne ha perfetta percezione, non si sono adottate misure di compensazione preventive può (e certamente sarà) osteggiato e sofferto. Del resto, finché aderiamo ad una società di consumi (e non di soddisfacimento di bisogni) se non ti è più possibile accumulare beni e sostituirli in continuazione finisci per farti ricattare e derubare dei tuoi diritti fondamentali che vendi o svendi per un pugno di mosche. La decrescita modello Unione Europea è sinonimo di recessione e l'Italia sta alla Germania come il sud America sta al Nord. La felicità è altra cosa. Dobbiamo esserne certi.

Pier Giorgio Tomatis

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