La
recessione italiana, iniziata con l'ingresso nella moneta unica e
culminata con la crisi del 2008, può essere finita (come decantato
dalle sirene governative) o meno (lo sosteniamo noi gufi) ma tutti
possiamo concordare che le condizioni di vita, economiche e sociali
ne hanno seguito pedissequamente il passo. Troppi cittadini del Paese
hanno conosciuto la povertà e l'arretratezza, la perdita del posto
di lavoro, l'aumento del costo della vita e la diminuzione del potere
d'acquisto. Il livello di cultura, salute e industrializzazione è
sceso prendendo una china dalla quale non sembra poter risalire
(almeno in tempi brevi). L'Italia, possiamo affermare con sicurezza,
ha sperimentato il concetto modernissimo della decrescita. I dati
parlano chiaro e sono inequivocabili. Ciò su cui si può e si deve
discutere è se tale operazione sia stata legittima, concorde,
consapevole e felice. Il problema è che se tale riduzione del
livello di vita è cosciente voluto e preparato pesa molto meno. Se,
viceversa, viene subito, non se ne ha perfetta percezione, non si
sono adottate misure di compensazione preventive può (e certamente
sarà) osteggiato e sofferto. Del resto, finché aderiamo ad una
società di consumi (e non di soddisfacimento di bisogni) se non ti è
più possibile accumulare beni e sostituirli in continuazione finisci
per farti ricattare e derubare dei tuoi diritti fondamentali che
vendi o svendi per un pugno di mosche. La decrescita modello Unione
Europea è sinonimo di recessione e l'Italia sta alla Germania come
il sud America sta al Nord. La felicità è altra cosa. Dobbiamo
esserne certi.
Pier
Giorgio Tomatis




Bravo...
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