Je
suis Charlot. Sì. Voglio dirlo. Voglio proprio dirlo ad alta voce e
senza tema di smentita. Io sono (un po') come il famoso personaggio
alter ego di Charlie Chaplin. Davanti al terrorismo dell'ISIS e le
violenze del G8 di Genova io mi sento proprio come quel buffo
barbiere de "Il grande dittatore". Come soldato mi sento un
disastro, come complottista e stratega valgo meno di un soldo di
cacio. In Italia, oggi come oggi, credo siano in tanti che, come me,
possono fieramente affermare "Io sono Charlot". Da
qualunque parte ci sia un conflitto, una rimostranza, una disputa,
noi ci volgeremo dalla parte opposta e, con bastone da passeggio e
bombetta, ci faremmo gli affari nostri. Ah sì, nessuna tentazione
saprà essere così forte, nessun timore ci potrà distogliere dalla
missione che la vita ci chiede continuamente di compiere. Noi
“Charlot” non ci opporremo mai al sistema perché esso è come un
caldo caminetto acceso in una gelida notte invernale, del liquido
amniotico che ci preserva e rinvigorisce, le mani e gli occhi e il
cuore di una giovane madre felice per il lieto evento. Sì, noi siamo
fatti così e non vogliamo cambiare per niente al mondo. Del resto,
cosa ci può essere di così considerevole e urgente da meritare la
nostra attenzione. La Crisi? La guerra? La mancanza di lavoro? Il
terrorismo? Le tasse? A noi, tutto questo, non tocca. Siamo persone
pacifiche che fanno la propria strada senza guardare oltre il proprio
naso, che aggiungono tono su tono. Davanti a noi ci si deve tirare
giù il cappello. Sia la bombetta che il cilindro.
martedì 14 aprile 2015
lunedì 6 aprile 2015
PIL fiction
Perché in questo periodo di crisi
profonda della nostra economia le imposte e tasse non vengono ridotte
e, anzi, sono aumentate? Si dirà, a parità di costi fissi pubblici
(la spesa dello Stato per garantire i servizi) col diminuire degli
introiti privati (proprio perché l'economia non riesce a sostenerne
lo sforzo come faceva prima) occorre colmare il differenziale che si
viene a creare tra queste due voci. In questo modo, basterebbe
ridurre molto semplicemente la spesa pubblica (magari con una seria
spending review) ed il gioco sarebbe fatto. In realtà... no. Le cose
non stanno proprio così. Una componente di cui non teniamo conto
autorizza lo Stato ad aumentare la pressione fiscale proprio in
funzione di un rallentamento del motore dell'economia, della
cosiddetta crescita. Per spiegarlo, non abbiamo che da ricercare la
formula grazie al quale viene calcolato il PIL:Y=C+G+I (X-M). Y è il
valore del PIL, C è quello dei consumi finali, G è la spesa dello
Stato, I gli investimenti privati, X le esportazioni e M le
importazioni). Come si evince da questa semplice raffigurazione, se
calano tutti gli indici economici (C, I, X, M) lo Stato può
dichiarare ufficialmente di essere in crisi e, quindi, in recessione
o cercare di mascherare il risultato aumentando il valore di G.
Ricordiamoci che ogni variazione negativa del PIL si traduce (per
quei Paesi col fardello di un pesante debito pubblico) in un aumento
di interessi passivi. Lo Stato, da diversi anni, chiude il bilancio
con un avanzo (ovverossia raccoglie più denaro di quanto ne spende),
tuttavia, il debito pubblico è continuato a salire perché
l'economia è in recesso o (quando va meglio) è ferma. Bob Kennedy,
il
18 Marzo del 1968, pronunciò
presso l'università del Kansas un memorabile discorso sui difetti
del sistema PIL. Tutto il resto... è fiction.
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